Inside ESC PhD – Caterina Rapini

Nell'ambito del racconto dei dottorandi e delle dottorande del PhD in Educazione nella Società Contemporanea pubblichiamo la presentazione di Caterina Rapini

Sottobanco. Violenza di genere nella cultura e nelle pratiche quotidiane a scuola

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Sottobanco. Violenza di genere nella cultura e nelle pratiche quotidiane a scuola - Progetto Caterina Rapini

Negli ultimi anni, anche grazie alle lotte transfemministe, la violenza di genere è diventata sempre più visibile nel dibattito pubblico: se ne parla con maggiore frequenza nei media, nelle scuole, nelle università. Eppure, episodi di femminicidi, molestie, aggressioni e discriminazioni legate all’identità di genere, all’orientamento sessuale o a una visione della donna come proprietà e oggetto continuano a essere ancora troppo diffuse.

Cosa possiamo fare, da una prospettiva pedagogica, per prevenire e contrastare le violenze di genere?
È intorno a questo interrogativo che si costruisce la mia ricerca, concentrandosi su un contesto che ho vissuto da studente e da lavoratrice: la scuola.
La ricerca femminista sulle violenze di genere (al plurale, perché assumono forme molteplici, dalla violenza maschile sulle donne a quella omolesbobitransfobica) ha mostrato come queste non siano episodi isolati, ma il prodotto di una struttura sociale patriarcale che organizza gerarchie di genere e distribuisce potere e risorse in modo diseguale.

La mia ricerca si interroga quindi se e come questo ordine di genere attraversi anche la scuola, contribuendo alla riproduzione di modelli culturali all’interno dei quali la violenza può essere normalizzata.
Da decenni diverse ricerche nell’ambito della pedagogia di genere evidenziano come la scuola rischia di diventare spesso un luogo di riproduzione di stereotipi e norme di genere, anche attraverso il cosiddetto curricolo nascosto: quell’insieme di messaggi impliciti che s’infiltrano nelle pratiche quotidiane, nei linguaggi, in ciò che viene taciuto e in ciò che viene commentato. Ciò avviene, ad esempio, attraverso la mancata presa di posizione del personale scolastico o la minimizzazione (“è solo uno scherzo!”) di episodi di molestie, insulti e aggressioni a sfondo sessuale o omolesbobitransfobico; la giustificazione di comportamenti di maschilità tossica (“i ragazzi sono così”, “sono maschi”); la presentazione della violenza come una possibilità con cui le ragazze devono imparare a convivere, spostando implicitamente su di loro la responsabilità di evitarla. Tutto questo contribuisce a costruire una cultura scolastica in cui serpeggia l’idea che le violenze di genere sono tutto sommato qualcosa di normale e in cui riconoscerle e contrastarle diventa molto difficile.

A partire da queste considerazioni, ho cominciato un’indagine etnografica in una scuola secondaria di primo grado, coinvolgendo due classi terze e cercando di mettere in dialogo diversi punti di vista: quello delle persone studenti, quello delle e dei docenti e il mio (sempre in continua discussione) di ricercatrice. Questa triangolazione di sguardi e il continuo gioco di restituzioni e rimandi che mette in campo mi costringe continuamente a interrogare il mio posizionamento: come ricercatrice, come insegnante, come ex studente. Eppure è proprio questo gioco che mi dà la possibilità di avvicinarmi e di ascoltare o di allontanarmi ed osservare, permettendomi di incontrare le tante voci che abitano la scuola e che non sempre hanno lo stesso spazio di parola.

Finora, l’ascolto di queste voci costituisce la parte più interessante e preziosa della ricerca: quella che raccoglie le buone pratiche già messe in atto, che problematizza e porta alla luce gli impliciti, che apre a spazi di riflessività e quindi di trasformazione, per iniziare a disegnare pratiche educative che siano davvero capaci di prevenire e contrastare le violenze di genere.

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