Il mio percorso di ricerca nasce da un’interrogazione sedimentata sui contesti educativi in cui opero come docente di lettere nella scuola secondaria di primo grado. Nel tempo, l’esperienza didattica mi ha spinto verso le zone di confine della scuola, come il sostegno e l’inclusione: luoghi in cui le dinamiche relazionali, il tema del controllo e la gestione dell’incertezza emergono con particolare intensità.
Da queste premesse ha preso forma una curiosità di matrice antropologica per ciò che accade quando nuovi attori entrano nell’ecosistema educativo. Nello specifico, l’incontro tra umano e agente artificiale, come il robot, ha aperto una serie di interrogativi sui processi di accettazione e rifiuto: quali significati vengono attribuiti a questi agenti meccanici? In che modo vengono interpretati quando entrano in trame umane complesse, dense di aspettative e pratiche consolidate? Il mio sguardo si è così spostato dalla tecnologia in sé ai processi di attribuzione di senso che ne orientano l’uso. È in questo intreccio tra cultura e credenze che ho incontrato il campo della Human–Robot Interaction (HRI).
Nel confronto sistematico con la letteratura sull’accettazione dei robot sociali, è emersa una tensione ricorrente: da un lato, modelli psicologici solidi; dall’altro, una concezione della cultura spesso ridotta a semplice variabile nazionale, trattata come uno sfondo statico più che come un orientamento capace di influenzare i beliefs individuali. La mia ricerca dottorale in Educazione nella Società Contemporanea mira a colmare questo scarto.
Il progetto studia come determinati orientamenti culturali, in primis il rapporto con l’incertezza (Uncertainty Avoidance), influenzino la percezione dei robot sociali. L’obiettivo non è aggiungere una variabile tecnica ai modelli esistenti, ma ripensare la cultura come dimensione attiva: l’ipotesi è che essa influisca sul modo in cui gli individui costruiscono un senso di competenza nell’interazione, valutano l’affidabilità del robot e, infine, maturano l’intenzione di utilizzarlo.
La ricerca si sviluppa attraverso un disegno empirico basato su stimoli video e misure quantitative validate, volto a osservare la percezione dei robot in situazioni controllate e non. Tale impianto metodologico si colloca all’interno del modello proposto da Dr. M. M. A. de Graaf (Università di Utrecht), al quale il mio lavoro contribuisce articolando la distinzione tra controllo prossimale (percepito a livello individuale) e controllo distale (riferito agli orientamenti culturali che strutturano il rapporto con l'ignoto).
Questa architettura si avvale di una rete di collaborazioni internazionali: l’Università di Amsterdam (Dr. I. I. van Driel) supporta l’analisi quantitativa e l’inquadramento socio-culturale dei dati, mentre l’ Universidad de Deusto (Dr. Álex Barco Martelo) contribuisce alla definizione degli aspetti tecnologici e sperimentali degli stimoli video. La cornice pedagogica e teorica è infine sviluppata presso l’Università di Milano-Bicocca, in un incrocio tra filosofia, pedagogia e psicologia culturale.
Parallelamente, l’attività presso il Centro Studi CAPTED mi permette di riflettere sul ruolo dei robot come "dispositivi culturali", capaci di rendere visibili credenze latenti e tensioni sociali legate alla delega e all'autonomia.
In sintesi, il cuore del mio lavoro risiede nell’idea che l’interazione con i robot non sia mai neutra. È un luogo privilegiato per osservare come la cultura prenda forma nelle convinzioni profonde (beliefs) e come queste orientino pratiche e resistenze. In questa prospettiva, la pedagogia non fornisce ricette sull’uso delle tecnologie, ma costruisce spazi di pensiero critico sulla nostra convivenza con gli agenti artificiali.