“Stare nel problema” prima di cercare soluzioni affrettate. Per Claudia Ciccardi è questo il vero lascito del dottorato: non uno strumento, ma una postura. Ne parliamo con lei, pedagogista e neodottoressa di ricerca in Educazione nella Società Contemporanea, in questa nuova puntata di Storie dalla Ricerca.
Ci racconti qualcosa di te e del percorso che ti ha portata fino al dottorato? Quali esperienze formative e professionali hanno contribuito a orientare le tue scelte?
Mi sono avvicinata al percorso di dottorato in “età tardiva”, ormai fuori dai percorsi universitari da molti anni. La cooperativa dove lavoro come coordinatrice pedagogica ha sempre attivato dottorati e contratti di collaborazione con le università, così è stato attivato anche con il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione R. Massa un percorso di dottorato. Diciamo che se da un lato questa è una pratica conosciuta e riconosciuta dalla cooperativa dall'altro c'è stata una mia forte spinta, una proposta nel presentare nuovamente questa possibilità alla cooperativa per dare valore a un percorso che si stava iniziando, un processo di costruzione del coordinamento pedagogico a livello nazionale.
Come hai conosciuto il Dottorato ESC e che cosa ti ha convinta a candidarti?
Nel periodo in cui si stava cercando una modalità per avviare un percorso di ricerca, sul territorio nel quale lavoravo, Torino, DISUF stava effettuando una formazione proprio sul tema del coordinamento pedagogico. Quindi quella è stata l'occasione di conoscere alcuni docenti e comprendere quali valori e competenze può garantire un percorso di dottorato presso questo dipartimento. Ad esempio, nei percorsi precedenti non avevo mai avuto modo di studiare con attenzione parti di metodologia della ricerca e di indossare l’habitus di ricerca, elementi essenziali per un professionista di secondo livello; quindi, scoprire che questo percorso mi possa sostenere nello sviluppo di competenze metodologiche di ricerca empirica sicuramente è stato il punto più di valore per me.
Qual è stato il tema centrale della tua ricerca di dottorato? Come lo racconteresti a una persona che non conosce il tuo ambito di studi?
Il tema principale della ricerca di dottorato è stato il ruolo del coordinatore pedagogico. Difficile raccontare la ricerca a chi non conosce l’ambito di studi perché già il coordinatore è una figura poco conosciuta. Forse la racconterei dicendo che lo studio ha voluto meglio definire le funzioni professionali di un ruolo di leadership determinante per il sistema educativo.
Ecco, a questo proposito, cosa intendi per “leadership determinante per il sistema educativo”? Perché è importante fare ricerca e parlare di questo tema?
Le due cose sono strettamente connesse. I grandi cambiamenti che oggi investono il sistema educativo (sia internamente – il Decreto 65, per esempio, sia esternamente – la complessità dell’oggi come denatalità, crisi sociali, etc) richiedono ai servizi una continua trasformazione. Ecco perché figure di secondo livello, come i coordinatori, devono acquisire e nutrire la loro postura di leadership trasformativa. Perché sono proprio “l’anello di congiunzione” tra le nuove domande di sviluppo e trasformazione e il prezioso lavoro di riflessione dei gruppi di lavoro. La mia ricerca ha proprio indagato questo aspetto. Ha cercato di comprendere come questa funzione possa essere sviluppata e implementata. Oggi la ricerca su questo tema, su questa figura, non è ancora riuscita a scendere nel dettaglio della pratica professionale. E quindi credo sia molto interessante poter indagare qualche pista nuova.
Ritornando alla tua esperienza di studio e ricerca: C'è stato un momento in cui hai dovuto rimettere in discussione le tue ipotesi, il tuo metodo o persino il modo in cui guardavi al tuo oggetto di ricerca?
Un momento specifico di discussione o di crisi, no. Devo dire che, in generale, la crisi mi ha accompagnata per tutto il percorso di ricerca. Nel senso che ogni passo è stato fortemente messo in discussione sia in maniera autonoma: perché non avendo troppe conoscenze era tutto un ricercare la via più corretta, quindi mai data per scontata la prima volta. E quindi mi sono posta continuamente domande sulla mia postura e la mia modalità di osservare il contesto, il campo etc. In generale, il mettere in discussione è stata proprio la colonna portante del dottorato perché i momenti di confronto con la tutor e con gli “amici critici” sono stati molti. Inoltre, essendo una ricerca partecipativa, ogni passaggio è stato messo in discussione anche proprio nelle scelte metodologiche con il gruppo di co-ricercatori che erano appunto i colleghi e le colleghe del coordinamento pedagogico. Quindi questa tensione alla continua ridefinizione, alla continua messa in crisi delle questioni è stata permanente.
Parli di ricerca partecipata, come la spiegheresti a qualcuno totalmente estraneo al tema?
Si tratta di una ricerca che non viene innescata e portata avanti “solo” dal ricercatore. Anzi, è una ricerca che non potrebbe esistere senza il coinvolgimento pieno delle voci di chi è coinvolto in essa. Nel mio caso è stata partecipata perché i coordinatori della cooperativa sono stati co-ricercatore. Le loro parole, nelle interviste, hanno orientato il mio processo di ricerca, oltre ad essere i dati analizzati. Cioè hanno definito l’orientamento stesso che la ricerca ha preso. E tutti i passaggi sono stati discussi con loro. Come se fossero co-ricercatori; anzi, lo sono stati a tutti gli effetti. I soggetti della ricerca, non oggetti della ricerca, sono pienamente coinvolti e chiamati a definire la loro stessa definizione: in questo caso della loro professionialità.
Al di là delle competenze scientifiche, che cosa hai imparato su di te durante questi anni? Quali risorse personali hai scoperto o sviluppato?
In realtà quello che ho scoperto è che mi piace fare ricerca e quindi questo sicuramente è stato un cambiamento importante, anche per il mio sviluppo professionale. E non solo ho scoperto che mi piace fare ricerca ma ho scoperto che con un'attenzione maggiore alla struttura metodologica, alla scientificità - diciamo così - del processo la ricerca può essere portata all'interno dei servizi educativi indipendentemente dall'appartenenza accademica. Poi certo, la validità e la validazione dell'Accademia sicuramente porta dentro altri percorsi, però quello sguardo di ricerca e alcuni metodi possono essere comunque adottati dalle professioniste.
Potresti approfondire questo tema? In che modo i metodi e gli sguardi di ricerca possono essere adottati dalle professioniste al di fuori dall’Accademia tradizionale?
Direi che il vero lascito non è tanto un singolo “strumento” operativo, ma una postura mentale. Quello che porti fuori dall'Accademia, e che trovo profondamente arricchente, è l'abitudine a non dare nulla per scontato e a interrogare il contesto. Fare ricerca significa imparare a “stare nel problema”, a raccogliere complessità prima di cercare soluzioni affrettate, e a mettere in discussione le evidenze date per buone.
Fuori dal mondo universitario, questo sguardo si traduce nella capacità di fare un passo di lato: un professionista in campo educativo può usare i metodi della ricerca non per scrivere un articolo scientifico, certamente se vuole può fare anche quello, ma come lente d'ingrandimento quotidiana. Ad esempio, spesso tendiamo ad agire per automatismi, mentre lo sguardo di ricerca ti insegna a osservare davvero, a documentare e a usare la riflessività per accorgerti di dinamiche sommerse nelle routine educative che altrimenti ti sfuggirebbero. Chi ha fatto ricerca, inoltre, sposta il focus sull'impatto reale e sul processo: si interroga sui dati, cerca di capire perché un intervento ha funzionato o ha fallito, e trasforma l'errore in un'occasione di apprendimento per tutta l'équipe. In fondo, la ricerca ti permette di non farti schiacciare dall'urgenza della risposta immediata e di trasformare l'agire educativo in una pratica professionale consapevole e scientificamente fondata.
Di che cosa ti occupi oggi e in che modo il tuo percorso di dottorato si inserisce nel tuo lavoro?
Io continuo a lavorare come pedagogista all'interno delle organizzazioni e, appunto, quello che mi porto dopo il dottorato è dare maggior struttura scientifica ai processi che metto in campo (nei progetti di sviluppo, nelle interazioni con i territori, nei processi di formazione). Questo oggi ha un approccio più di ricercazione e ricerca formazione e quello che osservo diventa per me elemento per arricchire il mio pensiero e quindi anche produrre nuovi sguardi sull'educazione.
Siamo alle battute finali e vorrei farti due domande un po' più intime, di quelle che servono a tirare le somme. Facciamo un salto nel tempo: se potessi tornare al primo giorno del dottorato, quale consiglio daresti alla te stessa di allora?
Alla me stessa del primo giorno consiglierei di non temere se tutto non è chiaro fin dall'inizio, perché passo dopo passo si svela. È stato un po' quello che effettivamente è accaduto nel mio percorso, ma il primo giorno ovviamente ero un po' in ansia e avevo bisogno di vedere le cose chiare. Invece, guardando il percorso a ritroso, devo dire che è stato affascinante vedere appunto come tutto si è svelato, ha preso coerenza e senso strada facendo.
E per chiudere davvero, guardiamo invece in avanti. Che cosa diresti, guardandola negli occhi, a una persona che in questo momento sta valutando se candidarsi o meno al Dottorato ESC, ma è ferma sul ciglio, nel dubbio se sia davvero la strada giusta per sé?
Direi che, indipendentemente dalla possibilità di vedere il dottorato come step per la carriera universitaria, il dottorato può essere un investimento di crescita e di arricchimento sicuramente culturale ma anche professionale.