Le finestre del palazzo di fronte

sottopassaggio di notte

Il gruppo di Education for Social Justice

Il più digitato a livello mondiale è forse #StayHome. Nel paese europeo che, in questa fase, sembra condividere più da vicino la nostra condizione, si usa #Quedateacasa. Qui, ormai da lunghe settimane, #restoacasa.

Hashtag composti da un verbo (restare) che richiama intenzionale staticità, immobilismo e sospensione delle attività e da un sostantivo (casa) che ci rassicura, che simboleggia per antonomasia materializzazione del nido, della protezione, ma anche degli affetti e della comodità.

In queste settimane molto si è scritto e detto sul verbo, meno - ci pare - sul sostantivo. Su questa “casa” nella quale consumiamo le giornate lavorando, leggendo, cucinando, allenandoci e comunicando con l’esterno attraverso chat e videoconferenze. 

Il 23 marzo la Fondazione Feltrinelli ha pubblicato una lucida riflessione di Simone Cremaschi sulle differenze dell’abitare durante queste settimane. Le parole di Cremaschi ci hanno mostrato come migliaia di persone nel nostro Paese stiano attraversando il lockdown rinchiuse in insediamenti spontanei, che potremmo definire “baraccopoli”, sorti negli anni ai margini delle regioni urbane del Sud Italia. Molte campagne si stanno, poi, attivando per porre l’attenzione sul rischio di violenza intrafamiliare (contro la violenza di genere - “sei isolata ma non sei sola” - e in difesa dei bambini in contesti vulnerabili), così come sul problema della reale accessibilità alle tecnologie che consentono di restare in connessione. Tutto questo dimostra quanto quest’obbligo di ‘restare a casa’ si stia rivelando un’inattesa lente di ingrandimento che rende maggiormente visibile la profondità della distanza: distanza di classe nella distribuzione, ma anche nelle pratiche, di questo abitare. Distanza che forse avevamo dimenticato. 

In questo breve post noi vorremmo provare a osservare, invece, le pieghe di questa distanza, considerando quanto ampio e difforme possa essere lo spettro delle case possibili che stanno accogliendo - o “raccogliendo” - questo nostro “restare”. Vorremmo provare a porre l’attenzione su alcuni boomerang sociali legati alla condizione di staticità che stiamo attraversando: deceleratore dell’emergenza sanitaria, ma potenziale acceleratore e accumulatore di ingiustizie, diversità e disuguaglianze. Spendere, insomma, qualche parola sulla natura ossimorica che la coppia “restare” e “casa” può assumere.

Katherine Brickel, qualche anno fa, espandendo le straordinarie “geografie del domestico” regalateci da Alison Blunt, introduceva l’espressione “geografie critiche della casa”, richiamava l’attenzione sulla necessità di smontare l’associazione tra casa e nido, tra domestico e protezione, e metteva in crisi l’idea che ciò che avviene nelle nostre stanze sia necessariamente controllabile e, per definizione, a noi “amico”.

Ci sono case non accoglienti, senza giocattoli o spazi di privacy, case che diventano prigioni. Ci sono famiglie che non possono, per mille ragioni, condividere forzatamente la casa per settimane intere senza moltiplicare occasioni, a volte deflagranti, di conflitto. Famiglie spezzate, con madri e/o padri lontani, impossibilitate al ricongiungimento in questo momento di emergenziale isolamento, ma chiamate a fare i conti con routine da reinventare anche a fronte di queste assenze. Case il cui equilibrio si basava, ad esempio, sulla mediazione di figure terze, quali i nonni, che ora devono essere tenuti lontani dai loro nipoti.

Pensare la casa come ‘luogo sicuro’ rischia di amplificare il senso di ingiustizia di chi, a casa, non si può sentire protetto. Ancor di più, immaginare che attraversare il lockdown dentro le nostre case stia contribuendo ad “allineare” le nostre esistenze - quasi fossimo sottoposti alla stessa temporanea sospensione della vita sociale, tutti, nello stesso modo, condannati ad una quotidianità mutilata a causa di una serie di limitazioni personali e di accesso ai servizi - non solo è un pensiero ingenuo, ma rischia di farci chiudere ancora di più nel “nostro”, ciechi e sordi rispetto a ciò che accade agli altri.

Perché restare a casa oggi, nel nostro Paese, è certamente una scelta responsabile, fatta anche in nome del bene comune ma, nello stesso tempo, non comporta affatto una condizione di uguaglianza. 

La ‘caccia all’untore’ di chi resta affacciato ai balconi per biasimare, se non inveire contro chi è colpevole di trasgredire la norma dello stare a casa, si fa gesto irresponsabile quando presume un controllo sulla vita dell’altro, quando ignora la complessità che sta dietro alle scelte, ai bisogni e alle storie altrui. È responsabile restare a casa, tanto quanto lo è tenere a mente l’impossibilità di conoscere le ragioni dell’altro. Limitandosi a interrogarsi, al massimo a suggerire. Senza mai additare.

Oggi, nel nostro Paese, spesso si abitano case iperconnesse, ben distanziate, accessibili, comode e a misura di smart-working, ma anche case soffocanti, ingabbiate, invivibili, affollate, in attesa di esproprio, abitate dalla sofferenza e dal conflitto. Il nostro restare, socialmente utile come atto civile, è anche un’esperienza che, a livello soggettivo (o familiare), dipende fortemente da queste diversità. 

Parlavamo di ossimori. Da una parte la staticità, il “restare” di queste settimane, ci omologa; dall’altra il luogo in cui stiamo praticando questo “restare” - le nostre case - mostra ancora una volta quanto profonde possano essere le distanze tra le nostre geografie del quotidiano. Quanto “la finestra del palazzo di fronte” (cit.) possa contenere luoghi a noi distanti ben più di poche decine di metri. Le case dove stiamo trascorrendo questo “restare”, imposto dalle misure sanitarie, sono luoghi di dispense ben fornite, palestre, giardini, sale giochi per bambini, ma anche di violenza, deprivazione, frizioni personali e familiari. 

Lo erano prima di queste settimane, così come lo saranno quando questa temporanea condizione di sospensione cambierà.