Ha da passa’ ’a nuttata

Eduardo De Filippo

di Sergio Tramma

Ma cosa sta succedendo? È tornata la morte e sta colpendo il nostro quotidiano? Allora vuol dire che veramente esiste quella figura vestita con un mantello nero e una falce che gira di notte a scegliere le proprie vittime? Già, e allora perché qualcuno non la ferma? È tornata, è una presenza concreta, non è quel fantasma che accompagna la vita dal mattino alla sera “insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo”, come scriveva Pavese. È tornata, e non ci dà neppure l’illusione di poterci salvare fuggendo a Samarcanda, come nella canzone di Vecchioni. È tornata con la sua secca brutalità, senza possibilità di negoziare alcunché. Chi si è occupato di vecchiaia e di vita anziana ricorda bene tutti quei ragionamenti attorno alla (presunta? reale?) “incapacità” da parte delle società occidentali contemporanee di accettare e vivere il morire, all’opera di espulsione della morte dal quotidiano, al suo essere relegata in ospizi e in ospedali, affidata a specialisti, circoscritta al dolore delle persone vicine al morente, che dovevano però presto tornare in sé perché il lutto pareva essere quasi una vergogna, quasi una colpa. E questa clandestinità della morte pareva essere quasi un difetto delle società sviluppate, e non ci si rendeva conto che, in realtà, una tale “incapacità” è stata, ed è, l’aspirazione dell’umanità intera, un risultato raggiunto in molte (ancora poche) parti del mondo, che tale lussuosa “dimenticanza” sociale della morte non era altro che il riflesso della modificazione delle condizioni materiali del vivere e del morire: la morte era (era?) dovuta a patologie correlate alla vecchiaia, o semplicemente a essa. E questo perché le persone non morivano prima per altre cause, per esempio a cagione di epidemie. E anche questo non torna, c’è qualcosa che non funziona: si torna a morire per un’epidemia che colpisce prevalentemente (ma non esclusivamente) i vecchi? Quasi una contraddizione in termini. Si muore a causa di un corpuscolo che non ha neppure un neurone, ma che ha i denti e morde, come dice un bambino in un video che sta circolando in questi giorni. Allora vuol dire che ci stiamo destando da un’illusione, da un’onnipotenza? Pensavamo di essere immortali e non lo siamo? Eppure, avremmo dovuto essere pronti: dalla “spagnola” in poi, altre paure ed altre epidemie ci sono state, semplicemente non ci hanno coinvolto o coinvolto poco, non hanno superato la soglia dell’attenzione, men che meno quella dell’allarme. Ma la morte era presente e i messaggi li mandava, in fondo, uno dei motivi che spinge le persone a migrare dalle zone più malmesse del mondo verso le nostre è anche il desiderio di morire come in Occidente, cioè la voglia di smetterla con la convivenza quotidiana con la morte, la voglia di disimparare ad affrontarla. 

E davanti a questa morte e a questa malattia che ci sta flagellando dobbiamo resistere alla tentazione di razionalizzare tutto quello che osserviamo e non capiamo, di fare previsioni sul presente o sul futuro a medio e a lungo termine, di tranquillizzarci elencando tipologie di vissuti e di reazioni, di confortarci tentando di confortare, di metterci sui balconi nel tentativo di esorcizzare l’inesorcizzabile o per illusoriamente dichiararsi l’un l’altro di essere una comunità. La morte, come la malattia che la genera, è tornata a essere una brutta bestia, un fatto sociale e diffuso, e ha in sé una contraddizione che non ha mai avuto nel corso della storia dell’umanità: è, da una parte descrivibile e spiegabile, sappiamo all’incirca quali sono i nessi causa effettuali e, dall’altra continua a non essere conoscibile, comunicabile, dotata di senso, condivisibile nel lutto. Oggi l’unica cosa che possiamo dire, come Montale, “è ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (ma perché vengono in mente citazioni di poeti, cantanti e non di saggisti e scienziati? Qualcosa vorrà dire ma cosa?). L’unica cosa che possiamo fare è pensare anche alla morte, consapevoli che la risposta prevalente alle domande che il pensiero genera sarà “non lo so”. Comunque, come è stato ripetutamente e giustamente richiamato alla mente in questi giorni: ha da passa’ ’a nuttata. Cerchiamo di passarla svegli.