Ricordati di respirare

finestra che guarda sul mare

di Laura Formenti

Come i detenuti, faccio l’ora d’aria in cortile. Cammino, corro, invertendo la direzione ogni tanto, faccio esercizi per le gambe e le braccia, cercando lo spicchio di sole che bagna la parete a est. Getto lo sguardo sulle piante striminzite dal freddo invernale e colgo la presenza di qualche germoglio. Un merlo mi osserva senza battere ciglio. Ascolto la musica in cuffia, qualche volta canto e la mia voce risuona nel silenzio spettrale della via, insieme al battito dei miei passi. In questo silenzio, ogni rumore è amplificato. Da quando c’è stata la stretta sulle “passeggiate” non vado più nei campi dietro casa. La corte è piccola, chiusa su se stessa. Non vedo fuori, non sento suoni se non, due volte la settimana, il camion della spazzatura. E in lontananza le ambulanze e le campane a morto, non solo del mio paese, ma di quelli vicini. Ieri, un odore di bruciato, chissà da dove veniva.

Il mondo sembra così lontano. Mi mancano le mie montagne, la linea riconoscibile della Grigna, del Resegone, del Pertus, le montagne bergamasche… da casa mia, per vederle dovrei salire sul tetto. Uno diquesti giorni forse lo farò.

Mi chiedo che cosa posso, possiamo imparare da questa situazione. Perché il discorso pubblico si concentra sui numeri dei contagiati, dei morti, sui comportamenti da evitare, ma pochi sembrano interessati alle conseguenze psicologiche, relazionali e sociali di un cambio così drastico di vita, di ritmo, di orizzonte. Forse, non solo conseguenze negative. Ci sarà modo di imparare dalle avversità?

Oggi, mi sembra che prevalgano la solitudine, la disperazione e forse l’abbrutimento di chi vive solo (e sono tantissimi) e di chi deve sopportare convivenze pesanti e laceranti (e anche questi non mancano – cosa ne è delle violenze familiari in un clima così esacerbato?), ma soprattutto – mi sembra - il tentativo di negare tutto quello che ci sta accadendo, di continuare a performare la vecchia vita, come se niente fosse. Continuare a postare in rete, per esistere, per non sentirsi soli. Per combattere la depressione. Le reazioni individuali alla paura, all’incertezza, sono così diverse e imprevedibili. E cambiano nel tempo.

Per me, devo dire che non è iniziata tanto male, mi sembrava quasi di essere in vacanza, con tanto tempo (desiderato!) per me. Ma poi ho ripreso a lavorare in modo intensivo, quasi ossessivo, in apnea, spiaggiata sul divano per dodici, tredici ore al giorno, al computer, spesso in pigiama o con una vecchia tuta. Ero sola. Ritmi completamente sballati, dimenticarsi di mangiare, lavarsi, pisciare, respirare. Un vero abbrutimento. Poi, tutto è cambiato di nuovo: mio figlio ha deciso di fare la clausura a casa per non rimanere solo a Milano, mio marito ha iniziato il telelavoro, lo spazio di casa si è improvvisamente popolato, anche delle loro aspettative nei miei confronti. Mi si è risvegliato un senso di cura, un desiderio di parlare, di capire. Ho sentito anche, però, montare la tensione, la rabbia, la paura, il contrasto tra la me “di prima” e questa specie di animale in gabbia che sono ora. Ho cominciato a perdere il sonno. Tutto sempre in apnea. Tieni
duro, è per poco.

Poi, quando c’è stata la stretta, quando finalmente ho capito che non è “per poco”, non è nemmeno “per molto”, è per… chissà, chissà quanto, chissà come saremo alla fine, chissà se c’è speranza, chi lo sa? I cambiamenti irreversibili che si stanno preparando, che cosa ci porteranno? Siamo preparati ad affrontare un cambiamento sistemico globale? Che cosa ci aspetta? (non voglio rispondere a queste domande, non ora, non per iscritto, ma le risposte che mi vengono non sono ottimistiche).

Allora ho deciso basta, diamo una svolta a questa storia involutiva. Lavoro sull’unico materiale che ho a disposizione: me stessa. Dopo anni di pratiche filosofiche, corporee, estetiche, è tutto qui quello che hai imparato, donna in pigiama spiaggiata sul divano? Ho ripreso a respirare. Un’ora ogni mattina di esercizio fisico e un’altra la sera, di yoga e meditazione. E oggi, in quello spicchio di sole, ho sorriso per la prima volta da quattro settimane. Chissà, potrebbe essere un inizio.