Sul tempo dei bambini e di noi tutti

quadrato bianco

di Paolo Mottana

Con cosa ci stiamo confrontando oggi? Con il tempo vuoto. Il tempo, meglio sarebbe dire, sgombro. Sgomberato da tutto ciò che abbiamo costruito per non avvertirne il monito. Antico monito.

Che stai facendo del tuo tempo? Domanda a mio giudizio essenziale, nevralgica, fondativa, per ogni vita che possa dirsi umana.

Gli animali non hanno, o almeno è questo che finora sappiamo, bisogno di farsi questa domanda, Perché essi vivono, e basta. Noi no, noi, ad ogni momento, decidiamo che fare del nostro tempo, del nostro corpo, delle nostre relazioni, sospinti da motivazioni che hanno sempre meno di istintivo e biologico e sempre più di artificiale e culturale (in senso lato).

Ora, a causa della quarantena (forse i quaranta giorni che Cristo passò nel deserto? Se è così quanto ne avevamo bisogno! E lo dice un non credente patentato), eccoci faccia faccia con il tempo. Al tempo stesso un orco spaventoso e un’occasione preziosissima. Non sprechiamola. Non cerchiamo scappatoie. Non bamboleggiamo con le istruzioni di questo o di quest’altro istruttore. Buone o cattive che siano. Di fronte al tempo non c’è una soluzione preventiva. 

Quanti si affaticano a proporci come riempire quel tempo, specie quello dei bambini e degli adolescenti, sono dei falsari. Semmai preoccupiamoci di evitare che bambini e adolescenti stivino il loro tempo di altra materia anestetica, oltre a quella che dalla nascita gli è piovuta addosso da parte di una società che ha come specialità raffinatissima proprio quella di stornare da quella famosa fatidica domanda.

Il caso, o forse la Nèmesi, vuole che oggi si sia confrontati a questo dilemma. Allora non perdiamo anche questa volta l’opportunità. Guardiamo dentro al vuoto, guardiamo come l’abbiamo riempito finora, con quali oggetti, relazioni, attività. Misuriamole. Tastiamole, Valutiamole. Che cosa stiamo facendo della nostra vita? Dove la stiamo impiegando, o più probabilmente gettando via?

Molti si affannano a riempire il tempo di bambini e ragazzi, naturalmente ponendo al primo posto quella impostura folle dei compiti, del continuare a fare girare la ruota del criceto. Gli adulti non smettono di lavorare. Smartlavorano. Pur di non smettere. Pur di non trovarsi faccia  faccia con le domande che hanno probabilmente quasi sempre evitato. Che ne è della mia vita, di quella di mio figlio, del mio amore (sempre che si sappia di che si tratta), quella del mio vicino, degli alberi, della terra, del cielo?

Non voglio neppure impegnarmi a spiegare a chi non ha davvero orecchie per intendere che riempire forsennatamente il tempo è il modo certo per sprecare questa che forse sarà una delle ultime occasioni. Forse anche un’occasione, diciamolo apertamente, di disintossicazione.

Quando ho scritto un piccolo post dove, sulle orme di Rilke, dicevo qualcosa di simile a ciò che aveva scritto una sua lettera e suggerivo di provare semplicemente ad essere, come un gatto o una pietra o un fio d’erba, mi riferivo a questo. Proviamo ad essere, ad esserci, semplicemente. A metterci in ascolto.

C’è un po’ più di silenzio oggi, almeno fuori dai centri di dolore. Se non possiamo essere lì, nei centri di dolore, dove avrebbe certo cercato di essere un’anima enorme come quella di Etty Hillesum, cerchiamo almeno di trasformare questo nostro vuoto in un vuoto di rinascita. Rinascere alla vita e non a quella caricatura di insetti tossicodipendenti che abbiamo inscenato in questi ultimi decenni per arrivare ad essere soli, confusi, storditi.

Stiamo nel vuoto, con chi abbiamo vicino e anche se non abbiamo nessuno vicino. Piano piano le cose , le relazioni, persino le pulsioni, ci chiameranno. Saranno loro a chiamarci, mano a mano che abbandoneremo le nostre dipendenze. E se abbiamo bisogno di metadone, d’accordo. Purché però sia metadone. Possiamo ancora farci di un poco di lavoro, di televisione, di compiti persino. Ma sempre che sa chiaro che di tutto questo ci dobbiamo sbarazzare, almeno fino a quando non sentiamo, nel senso più profondo del nostro sentire, che quelle cose ci corrispondono, che sono il sale della nostra vita. E non di quella che ci è stata prescritta, per rubarcela.

Non date compiti ai ragazzi e ai bambini, lasciate che piano piano ritrovino il gusto di un fare che sia loro, di un’esperienza della vita che sia loro.  Ma lo stesso vale per noi. Riaffiniamo la nostra sensibilità. O in cominciamo a farlo, se non l’abbiamo mai avuta. Ogni altra chiacchiera, discussione, polemica, è fiato sprecato.

Prendiamo la via del deserto (non certo in senso ascetico, mi auguro che il deserto ci farà fare più l’amore e tenere tra le braccia i nostri figli e i nostri anziani, almeno per chi può ancora stare vicino e toccarsi) ma prendiamola come un sentiero che forse non porta da nessuna parte (come i sentieri interrotti di Heidegger) ma che proprio per questo rischia di farci incontrare noi stessi. O almeno dei noi stessi possibili, più vivi.